Benvenuti anni Duemila! Potresti ricordartelo se sei nato prima del 2010. Esisteva un tempo nel quale portare in tasca la propria musica era visto come il massimo della tecnologia. iPod, Walkman, Creative Zen Stone (ne ho ancora uno anche se non si accende) erano strumenti che ti permettevano di riprodurre ore di mp3. I precursori di quello che poi sarebbe diventato il mondo della musica digitale moderna.
In principio era la cassetta
Prima di tutto, prima del digitale, c’era un metodo poco pratico ma unico per fruire della musica. Certo, non potevi portarti un intero catalogo in tasca ma avevi al massimo un paio di album. Sto parlando della cassetta musicale.

Questo qui sopra ha rappresentato un cambiamento epocale nel modo di fruire della musica. Uno strumento che consentiva a ben due persone di poter divertirsi ascoltando il proprio artista preferito. Un bel passo avanti rispetto al solo vinile, con tutto quello che ne derivava.
Il caro vecchio cd
Vent’anni dopo il mondo digitale aveva iniziato a prendere il sopravvento. Di solito si acquistava un cd e poi si inseriva nel lettore cd del computer per estrarne il contenuto da mettere sul proprio dispositivo portatile. Era quasi un rito per molti, altri, più pigri, se lo facevano fare dall’amico smanettone. Poi dei cd musicali e del possedere fisicamente la musica ne parleremo in un altro articolo. Chi aveva un iPod poteva anche acquistare gli album o le canzoni che preferiva tramite iTunes.
Il formato di punta era l’mp3 e ancora non esistevano lettori noti al pubblico, almeno che io sappia, in grado di riprodurre con soddisfazione formati lossless come il FLAC o altri a prezzi umani. Ci si accontentava di poter tenere in tasca migliaia di tracce senza troppi calcoli sulla qualità percepita. Il mondo poi è cambiato.
L’arrivo di Spotify
Il periodo di gloria dei lettori mp3 è stato di sicuro quello della prima decade dei Duemila. In quegli anni praticamente ognuno di noi aveva qualcosa in tasca che consentisse di riprodurre canzoni. In un certo senso, dispositivi come l’iPod, sono stati antenati dello smartphone, almeno a livello di semplicità d’utilizzo e diffusione.
Eppure, come in tutte le storie di ascesa e declino di qualcosa, mentre tutto appariva immutabile, il mondo metteva insieme i pezzi per preparare la distruzione dello status quo. Spotify, infatti, nasce nel 2008, quando ancora avere un Creative Zen Stone in tasca era più che normale. Dopo due anni di trattative iniziate nel 2006 parte in alcune nazioni europee.
L’idea è semplice: un catalogo di musica in streaming per combattere la pirateria, così viene venduto anche alle major. Nel 2011 si approda in America con 5 milioni di utenti alla fine dello stesso periodo. Da quel momento la corsa è inarrestabile, per arrivare alla quotazione con un prezzo di 168,50 dollari ad azione.
Una cavalcata inarrestabile ma ricca di polemiche, soprattutto da parte di quegli artisti che si sentono defraudati del loro lavoro visto che il colosso tech paga pochissimo per streaming, come detto già in questo articolo.
Il bello della scelta risicata
Quando hai a disposizione tantissimi titoli, tantissimi album e artisti, finisce spesso che ti rifugi in ciò che conosci, oppure che aspetti che sia il Dio dell’era moderna a tirarti fuori dal vortice di noia: l’algoritmo. Esatto, ormai questa parola ha assunto connotati che sfiorano la religione. Sembra che sia un codice piovuto dal cielo che ne sa più di noi e che usarlo ci salverà. A me pare proprio il contrario.
Ogni decisione demandata a lui è un pezzo di libertà che se ne va. Un tempo te la toglievano e protestavi, oggi sei tu che chiedi che ti venga tolta. Pensaci ogni volta che utilizzi la nuova app rivoluzionaria.
Io ricordo con precisione quando si cercava il prossimo videogioco da giocare, il prossimo film da vedere e il prossimo cd. Più lungo come processo, talvolta un grosso buco nell’acqua, ma faceva parte del percorso. Credo non si tratti solo di nostalgia ma di un modo per impegnarsi per la propria passione invece che lasciare che siano le classifiche e le mode a dettare ciò che ci piace.
Avere una scelta limitata porta anche ad approfondire meglio ciò che hai. In quanti ascoltano ancora album dall’inizio alla fine? Per me è l’unico modo ma sono sicuro che sia in via d’estinzione.

Quale scegliere?
Il panorama non è molto grande: ti dico subito che i produttori cinesi hanno preso tutto il mercato che è rimasto ammaliato dagli smartphone come unica possibilità di riprodurre musica in ogni luogo. Se vuoi cose che costino poco non c’è alcuna alternativa. L’unico “marchio” affidabile è Fiio. Un brand cinese ben conosciuto da chi ha voglia di portare in tasca dispositivi in grado di riprodurre musica in alta definizione.
Nello specifico il Fiio Snowsky Echo Mini è un rettangolino di plastica che può contenere una microsd da 256gb, oltre gli 8gb di spazio disponibili di fabbrica. La scocca è solida anche se non di qualità eccelsa. Lo schermo è piccolo ma i tasti fisici permettono di navigare con sicurezza. Da utilizzare con cuffie cablate perché il modulo bluetooth è veramente pessimo. Oltre ottanta centimetri perde il segnale.
Se vuoi altro esistono cineserie sconosciute al doppio del prezzo ma, di solito, sono praticamente smartphone mascherati. Questo mi riporta al concetto dello Zen Stone Plus. Piccolo e pratico.
Si ritorna al CD
E con questo sto anche tornando al CD. Ne ho una circa cinquanta ma sto puntando ad ingrandire la collezione. Al contrario del vinile, si tratta di un metodo semplice per avere musica di qualità che occupi poco spazio fisico e che sia riproducibile con facilità. Proprio in questi giorni ho rimediato 12 dischi di Bruce Springsteen a 3 euro l’uno. Ma questa è un’altra storia.
